Mario Mazzitelli

Mario lavora a Giffoni Valle Piana nell’area dei monti Picentini dai quali si domina la costa di Amalfi e del Cilento. Di professione è enologo e dopo anni di attività in giro per cantine in Italia e all’estero è passato dall’altra parte e ha creato una sua azienda vinicola:  “Lunarossa Vini e Passione”. Il riferimento è alla luna che influenza i vini e alla passione che è necessaria per produrli. Produce dei vini che sono il frutto della storia di quel territorio e della sua capacità di innovare riscoprendo antiche usanze.

Vorrei che mi raccontassi il tuo percorso professionale, se non sbaglio tu inizi come enologo?

Io nasco come enologo, mi sono laureato in Scienze dell’Alimentazione a Portici. Un amico che aveva della terra vergine ad Avellino  mi propose di impiantare un vigneto per produrre vino, così chiedemmo un finanziamento e da lì è iniziata la mia avventura nel mondo del vino. Andai a fare nel 2002 la mia prima vendemmia, così per capire cosa voleva dire fare vino  da Venica&Venica, in Friuli. Fu la prima volta che entrai in una cantina, l’anno successivo partecipai ad un master di viticultura ed enologia a Milano con il professor Scienza e lì ebbi l’opportunità di fare il tirocinio presso la cantina Accademia dei Racemi in Puglia e conobbi l’enologo Roberto Cipresso.  Iniziai a lavorare con lui in Toscana come consulente enologo, ci sono rimasto per circa due anni

In Toscana dove?

A Montalcino, seguivo tre aziende che erano suoi clienti, tramite Roberto ebbi l’opportunità di fare un’esperienza in Argentina alla cantina Achaval – Ferrer di Mendoza dove rimasi per circa un mese, proprio a cavallo del Vinitaly, poi sono andato a fare un’esperienza nelle cantine Barba a Roseto degli Abruzzi. Un pò la lontananza un pò la nostalgia del mare il rapporto di lavoro con Roberto terminò e ritornai a Salerno dove cominciai a fare l’enologo per una cantina proprio vicino casa: le Cantine Montepugliano. L’esperienza è durata due anni perché poi la cantina chiuse e da lì nacque l’idea di buttarmi dall’altra parte della barricata e diventare produttore così nel 2006 nacque Lunarossa. Inizialmente eravamo tre soci poi nel 2010 sono rimasto solo io, la prima vendemmia di Lunarossa è datata 2006.

Il nome Lunarossa da dove viene dalla barca? dalla canzone?

La luna influenza i  liquidi e quindi ha qualcosa di magico sui vini e da li è nato il nome, non ha niente a che fare con la barca ne con la canzone. Attualmente la società si chiama “Lunarossa Vini e Passione” la passione che ci mettiamo per fare vini. Vorrei fare una premessa sul territorio dove è localizzata la cantina. Noi siamo all’interno del comprensorio dei monti Picentini che partono da Salerno e arrivano fin sotto Taurasi. I Picentini nel tempo sono stati attraversati dalla riforma agraria e da una cantina sociale, che a differenza della costa di Amalfi o della costa cilentana, ha fatto piazza pulita dei vigneti e delle tante varietà presenti su questo territorio perché c’era la necessità di andare a produrre uve che dessero vini di quantità; infatti possiamo trovare piantato Barbera, Sangiovese, Trebbiano, Malvasia, Merlot, Cabernet. Facevano estirpare l’Aglianico per piantare piante che producessero grandi quantità d’uva con le quali ottenere un vino decente e facile  da coltivare. Certamente l’Aglianico non è un uva generosa.

Per un consumo interno o perché venivano  vendute come uva da taglio?

Inizialmente le cantine sociali nascevano per l’esigenze del territorio, ma anche per fare dei vini da rivendere nel nord, poi sappiamo che fine hanno fatto quelle cantine sociali. Sarà stata aperta dieci anni la grande cantina sociale che c’è a  Castel San Lorenzo, è stata commissariata qualche anno fa. A Castel San Lorenzo abbiamo un DOC a base di Barbera, per far capire come sono stati poco attenti i nostri legislatori o chi si occupava di questo settore. Tutto questo per dire che mi sono ritrovato in un territorio dove di autoctono, di locale c’era ben poco.

Avete reimpiantato i vitigni autoctoni?

Ora li stiamo ripiantando ma mi sono tenuto quelle varietà, io utilizzo come base per i rossi sia l’Aglianico ma anche Merlot e Cabernet S. Sono a dieci minuti di macchina da Montevetrano forse il più famoso della provincia di Salerno ed è un taglio bordolese a base di Cabernet Sauvignon, Merlot e Aglianico. E’ risultato difficile per me andare a ricercare le vecchie varietà, non ce n’erano e ho utilizzato le varietà che attualmente erano piantate e quindi ho prodotto due vini il Costacielo Rosso e il Rossomarea che sono un taglio bordolese,  in un vino c’è il cabernet s e nell’altro c’è il merlot, qualcuno mi potrebbe dire: ma tu sei di Salerno e non fai l’Aglianico?

Ma ogni territorio ha la sua storia, la storia del tuo territorio è quella che hai descritto.

Uno si immagina che se sei in provincia di Salerno non è normale che usi  Merlot e Cabernet, ma me li sono ritrovati.

Ma se Napoli non avesse avuto la dominazione spagnola e francese  non sarebbe quello che è, mica si può prescindere.

Ecco appunto

Questa idea della purezza……… la storia è questa mica è possibile cambiarla.

Appunto noi la storia non la vogliamo cambiare e ci siamo adattati con quello che avevamo, da qui sono nati questi vini. Siamo una cantina giovane, sono sei anni che abbiamo iniziato, andare a fare un Fiano o l’ennesimo Aglianico ci saremmo andati confondere con altri cento produttori. Abbiamo cercato di trovare una chiave di volta che fosse nel rispetto del territorio ma anche qualcosa di moderno, di diverso da offrire al consumatore. Insieme  all’enologo Fortunato Sebastiano abbiamo deciso di fare la linea Costacielo, sono dei blend un rosso, un bianco e un rosato. Il rosso è Aglianico e Cabernet, il bianco è Fiano e Falanghina, e il rosato è Merlot e Cabernet. Proprio perché siamo una nuova azienda facciamo dei vini che sono leggermente diversi rispetto  a tutte le altre aziende che sono già presenti qui sul territorio.

Ho notato sul tuo sito il vino Quartara, non so se a noi neofiti colpisce la fantasia, che vino è il Quartara?

Appunto proprio collegandomi all’introduzione che stavo facendo sui vini, sempre nell’ottica di trovare qualcosa di diverso, qualcosa di innovativo che in realtà non  è niente di innovativo ma non è altro che la riscoperta di vecchie usanze. I terreni dell’area dei Picentini sono tutti  di origine argillosa calcarea, ma in prevalenza argillosa. Insistono proprio nel parco dei Picentini ancora un paio di fornaci, di aziende che producono i mattoni proprio perché i terreni di queste zone sono ricchi di argilla. L’idea è nata assaggiando dei vini di altri produttori molto più famosi e blasonati di me dell’alta Italia che facevano già vini in anfora. Producono un tipo di vino in anfora ma fanno un affinamento diverso, io e Fortunato abbiamo  pensato di fare anche noi un vino in  anfora utilizzando questo serbatoio vivo, io lo definisco vivo perché l’acciaio non è altro che un serbatoio inerte che trasferisce al vino solo delle cariche elettriche. Il legno mi aiuta per la micro ossigenazione e le anfore di argilla sono state il primo elemento che l’essere umano ha utilizzato per trasportare vino, per trasportare l’olio. Gli scavi di Paestum e Pompei ce ne hanno fornite di tutte le maniere e dimensioni ed è stata una scommessa che oggi a dire la verità si sta rivelando vincente perché è un vino che crea  e suscita interesse soprattutto per la sua bevibilità. Io parto  sempre dal presupposto che noi dobbiamo fare vini che siano anche di facile apprendimento da parte del fruitore perché è bello fare il vino come piace a me, farlo estremo, però se troppo estremo il vino rimane sulla tavola, il mio tipo di impostazione è utilizzare l’anfora ma fino ad un certo punto. Io le anfore le uso solo come serbatoio di fermentazione, finchè c’è anidride carbonica io lascio la pasta d’uva, io lavoro le uve bianche come si fa il vino rosso. Per fare il vino bianco si pressano le uve, si ottiene il liquido e si fa fermentare. Per il vino rosso arrivano le uve e si lascia le bucce e la polpa perché bisogna estrarre il colore e il tannino dalla buccia poi si  lascia fermentare. Io praticamente questo vino bianco lo lavoro come un vino rosso.

Lo lasci fermentare con le bucce?

Esatto e rimangono all’interno delle anfore per circa un mese e mezzo finchè c’è anidride carbonica, che è l’unico elemento di protezione contro l’ossidazione, la polpa e le bucce rimangono all’interno dell’anfora. Finita la fermentazione, finita la carbonica io svino e faccio un anno di affinamento in legno grande, poi un anno di bottiglia senza filtrare, senza chiarificare, anche perché se parti da una materia prima buona più fai e meno ottieni, se tu vai a fare una filtrazione o una chiarifica piano piano  l’impoverisci.

Perde materia organica?

In generale se vado a fare dieci filtrazioni, una chiarifica, una stabilizzazione piano piano l’impoverisco e allora il Quartara, visto che è già in contatto con l’anfora, con l’argilla, già viene chiarificato. Per la lavorazione con la polpa e la buccia per l’estrazione del tannino sono riuscito a trovare una certa sinergia fra il contenitore, la lavorazione, e alla fine riesco a non filtrare il vino a non chiarificarlo a lasciarlo il più naturale possibile.

Una parte di scambio ce l’ha già in anfora perché traspira?

Esatto

Perciò lavori un bianco come se fosse un rosso, con una parte di affinamento in legno e poi in bottiglia, mentre altri lo tengono tutto in anfora?

Lo tengono sette, otto mesi un lungo affinamento in anfora, una volta prodotto il vino invece di metterlo in legno come faccio io lo mettono in anfora.

Ecco ho capito fanno l’affinamento in anfora

Usano l’anfora per l’affinamento mentre io uso l’anfora come serbatoio di fermentazione.

C’è un uso differente?

E’ un uso completamente differente, perfetto.

E cambia il gusto?

Si è quello che stavo cercando di dirti proprio sul gusto c’è differenza, io faccio un vino particolare però lo si beve anche tutto, il suo è un po’ estremo e non tutti i consumatori riescono a capirlo.

Vini contemporanei, se posso chiamarli così, i tuoi di vitigni che fanno parte della stratificazione storica del territorio più questo recupero dell’anfora. E ora che prospettive ci sono?

Io vorrei chiudere il ciclo dell’uva, quello sarebbe il  mio sogno.

Ovvero?

Da qualche anno produco due confetture una di Aglianico e una di Fiano totalmente naturali, le faccio lavorare da un laboratorio con tutti i crismi dell’autorizzazione e quant’altro. Mi faccio lavorare queste uve così come sono, non ci faccio aggiungere la pectina che è l’addensante, sempre per essere naturali, e infatti escono un poco liquide, io le propongo come alternativa al miele. Questa è la prima fase dell’uva, poi c’è il vino, spero a breve anche un passito e una bollicina andando però a ricercare e a selezionare dei vecchi vitigni della nostra zona. Per la bollicina avevo individuato, perché ho fatto delle prove di micro vinificazione con l’università di Napoli, varietà particolari selezionate da Antonella Monaco che è una esperta di viticultura campana. E’ un’uva famosa che si chiama Sanginella ed era l’uva di S.Matteo patrono di Salerno che si festeggia il 21 settembre. Per chiudere il ciclo questa estate sono stato in Friuli da Josko Sirk che produce aceto, volevo capire come si fa l’aceto e lui lo fa nel modo nel quale me lo ero immaginato, se riesco l’anno prossimo sperimento anche un po’ di aceto.

Ho visto da tuo sito che fate tante belle cose e dei bei vini ma si trovano fuori dalla Campania o dalla tua zona?

Li vendo per il 50% all’estero e per il 50% in Italia, siamo un’azienda giovane e la distribuzione è ancora un po’ a macchia di leopardo. La Campania è tutta coperta, Roma e qual cosina nel Lazio inizio a venderla, in Toscana su Firenze ci stiamo muovendo ho preso contatti nuovi per Livorno e Pisa, a Milano qualcosa pure la vendiamo e l’Emilia pure l’abbiamo abbastanza coperta. Ci sono ancora regioni nelle quali non riesco ad essere presente, però ci sono le varie enoteche che hanno negozi online, è più facile reperirlo online il prodotto che in un punto vendita.

Non fai direttamente la vendita online?

Non la faccio io direttamente ma sono dei clienti che hanno sia l’enoteca che la vendita online

Ti chiedevo dell’online perché come avrai visto c’è molto movimento sul web e mi sembra importante avere delle buone opinioni di persone come i tanti blogger che ci sono, poi alla fine crea curiosità e interesse per alcuni prodotti.

Infatti è sicuramente cosi, sono convinto anche perchè la mia rete vendita la sto costruendo tramite il passa parola. Il rappresentante che ho su Napoli ha parlato bene di me come persone perché alla fine tu potrai produrre il vino più buono del mondo però il rappresentante fa molto affidamento anche sul tipo di persona che c’è dietro una bottiglia di vino e mi facendo da sponsor con i suoi colleghi del nord perché ha capito che si può fidare di me come azienda e quindi può parlarne bene perché non gli farò fare brutte figure. Poi ci sono i contatti di ristoratori amici o persone del mondo vitivinicolo che apprezzano i nostri vini e mi dicono: manda una campionatura  a questo chef che è molto bravo io gli ho parlato dei tuoi vini, noi piccole aziende viviamo del passaparola ed è l’arma che oggi dopo qualche anno ho capito che è l’unica che può fare la differenza.

Si crea un circolo virtuoso.

Ecco in questo senso qua perfetto.

 

Intervista di Valter Giuliani

www.viniepassione.it/