Sergio Pedruzzi

Sergio aveva un sogno: vivere all’Elba  e  fare il pescatore. Ha lasciato la sua azienda di impianti elettrici al figlio e con la moglie Luana ha ristrutturato la casa delle vacanze, ha comprato una barca e ha messo su un pesca turismo. Va a pescare con gli ospiti e insieme cucinano e mangiano il pesce pescato. Il pesce che non viene consumato viene  trasformato e conservato in vetro e poi venduto nel circuito Slow food dell’isola. Così con Le Barche in Cielo Sergio e Luana sono riusciti a realizzare il loro sogno e a trasformare cose semplici come l’ospitalità, la pesca, lo stare insieme a mangiare, la cucina e la conservazione del pesce povero in prodotti di valore.  

Come è iniziata questa tua attività e in cosa consiste?

Io sono venuto qui all’Elba per fare il pescatore, una passione che avevo da tanti anni. Poi, appena ho potuto, ho lasciato la mia azienda, siamo scappati di casa io e mia moglie e siamo venuti qua.

Prima cosa facevi?

Avevo un impresa di impianti elettrici, l’ho lasciata a mio figlio e ho detto me ne vado sul mare continua te.

Voi non siete elbani?

Io sono di Marina di Massa. E’ tanti anni che ho questa piccola casa qui, dal 1994, prima ci venivamo in ferie con i bimbi e poi mi sono innamorato di questo posto e il mio pensiero era di riuscire a smettere di lavorare e di venir qua. Ho preso la licenza per la pesca nel 2007 e mi sono messo a fare il pescatore. Mi sono iscritto alle imprese di pesca, ho comprato una barca con la licenza e cerchiamo di campare. Faccio le cene con quello che pesco, vedi  qui c’è il “tavolo sociale”, poi abbiamo tre camere. Facciamo pernottamento e prima colazione, ma è tutto a livello familiare.

Il pesce che peschi con la barca ti serve per l’attività di ristorazione, non lo vendi?

Il pesce che pesco praticamente serve la sera per le cene con gli ospiti. Il problema è nato l’inverno: io pescavo tante palamite e non sapevo a chi darle, il grossista te le paga praticamente nulla. Alla fine avevo deciso di smettere di fare quel tipo di  pesca perché prendevo quintali di palamite e dopo le dovevo ributtare in mare: vai in mare ad ammazzare pesci per niente. Allora ho visto che qui prima facevano queste palamite sott’olio secondo una ricetta antica. Ho ripreso quella ricetta lì e mi sono messo a fare le palamite sott’olio. Prima le ho date agli amici e parenti per avere un parere e  poi visto il buon risultato ho continuato a farle. Praticamente con  il pesce che  non cucino per le cene faccio sughi, faccio anche sughi di polpo, e metto tutto sottovetro. Ho cominciato a fare questi vasetti a settembre dell’anno scorso, poi dopo è capitato che Carlo Eugeni, fiduciario dello Slow food,  è venuto a trovarmi: l’ha assaggiato e, entusiasta del prodotto,  mi ha introdotto nel mercato locale. Ora lo fornisco all’Enoteca della Fortezza e a  negozietti di nicchia di tutta l’Elba.

C’è una piccola distribuzione locale?

Sì,  ha un discreto successo. La gente lo compra volentieri e io lo faccio con passione. Economicamente non è che si guadagna tanto ma mi basta per sopravvivere.

E’ un altro pezzo della struttura: la barca, le cene, l’ospitalità e infine la commercializzazione del prodotto.

Sì, facciamo anche un mercatino Slow food  a Procchio. All’inizio avevo delle difficoltà, quando la gente vede i prodotti nei vasetti di vetro ci va in punta di piedi. Questo pesce qui è pescato e lavorato subito, praticamente sono i sughi che serviamo a tavola che poi mettiamo sottovetro.

E’ una piccola produzione, quanti vasetti fate ?

Faccio cento vasetti al giorno. Ho appena cominciato, avrò venduto duemila vasetti nella stagione passata, però vedo che c’è richiesta perché il prodotto è buono. Poi non ci sono conservanti, è un prodotto di casa come si faceva una  volta.

Quali tecniche di conservazione adoperi?

Mi sono dovuto adeguare, ho fatto un laboratorio che non è altro che la mia cucina e poi ho comprato uno sterilizzatore. La palamita e il tonno vanno bolliti con una percentuale di sale e poi va fatta una asciugatura per 12 ore, poi va messo  nei vasetti e coperto d’olio, poi va sterilizzato per debellare tutte le spore.

Quello che si faceva una volta a bagnomaria?

No, quella lì è una pastorizzazione ma non è sufficiente per togliere botulini o cose del genere.Utilizzo  un’autoclave che porta fino a 131 gradi per un certo numero di minuti e quando è fatto in quel modo lì non c’è pericolo, puoi dormire tranquillo.

Il percorso che hai dovuto seguire per metterti a norma è stato complicato?

Sono andato ad informarmi alla ASL qui a Portoferraio pensando di andare incontro a una montagna, invece ho trovato gente disponibile che mi ha consigliato, mi ha detto quello che dovevo fare poi ho dovuto chiamare un tecnico per farmi fare tutta la documentazione sulla rintracciabilità, tutte cose fatte per  bene.

Non è stata una cosa insormontabile?

Non è stato particolarmente complicato. Perché rimane un’attività artigianale, quella della pesca e della  trasformazione. Pesca e trasformazione: la filiera è questa qui, c’è stata questa facilitazione perché sono iscritto alle imprese di pesca, se avessi dovuto farlo comprando il pesce forse sarebbe stato più difficile.

L’attività del pesca turismo funziona? La gente è attratta, incuriosita?

Questa qui è la terza stagione che faccio e praticamente vedo che c’è un incremento. Tutti gli anni c’è un incremento, ora quest’anno è un punto interrogativo, siamo messi male, però io ho cercato un po’ di diversificare fra i prodotti e le cene con il pescato e cerco di tirare avanti.Chi viene in barca con me partecipa alla mia giornata di lavoro niente di più, salpiamo le reti, caliamo le reti e questo è il lavoro che faccio tutti i giorni.

Questo lo fai a prescindere se c’è o non c’è gente?

Sì, si lo faccio. Pescare devo pescare, però poi quello del pesca turismo è un servizio che io do a chi è mio ospite, se me lo chiede lo porto in barca con me anche gratuitamente, ecco.

Ci sono altri all’Elba che fanno pesca turismo?

Di pesca turismo ce ne sono altri due  a Marina di Campo, loro fanno la cena col pescato.

Non portano la gente in barca?

Loro due no, però ce ne sono altri nell’isola che lo fanno.

Come è stato questo passaggio dal vivere in città al vivere qui?

Io durante l’inverno mi prendo un po’ di vacanza perchè ho i figli e la casa a Marina di Massa. Ogni tanto stacco, praticamente a dicembre e gennaio sto su, e poi ritorno giù più carico, nel senso che spezzo un pochino, perché l‘inverno qui è bellissimo però è monotono, siamo proprio io e  altri pochi. Poi, quando viene primavera è un paradiso, c’è un’altra aria, è un’altro mondo, è affascinante. Io dico che sono sempre in ferie. Seppure lavoro, e lavoro parecchio, però lo faccio con passione quindi non mi pesa. Poi qui è un piccolo mondo: io che faccio i vasetti sono il pescatore di Rio marina, la mia è la palamita di Rio. Non è come in una grande città dove passi inosservato, nessuno sa chi sei. Qui tutti abbiamo la nostra identità riconosciuta da tutti e quindi c’è il pettegolezzo e c’è la critica, c’è tutto.

Una cosa così si regge perché siete una famiglia, è una economia che si tiene tutta insieme?

Siamo io e mia moglie e basta, perché i figli hanno la loro vita.

Non ci si arriva da giovani a fare queste scelte…

Io praticamente ci sono riuscito a 53 anni perché prima ho dovuto pensare a loro.

Sì, ma forse è anche difficile pensare questo ritmo di vita quando uno è giovane ?

No, o vivi di rendita o non lo puoi fare.

Però ora ci vivete, non è un passatempo…

Sì,  inizialmente l’avevo preso per un hobby, ma dopo è diventato un lavoro.

Ci si può vivere?

Sì, ci si può vivere in una situazione familiare. In verità io adesso avrei bisogno di un aiuto, se avessi un figlio che mi desse una mano o un parente o un amico ci sarebbe lavoro anche per lui.

E’ un qualcosa che può crescere, con quello che peschi se ne potrebbe fare di più di prodotto ?

Sì, io ora sono in difficoltà perché le palamite ho incominciato a farle a settembre-ottobre e non mi rendevo conto, non ho fatto un programma. Non sapevo come andava questa storia e ne ho fatto una quantità limitata: il passo della palamita è a ottobre e adesso a maggio-giugno, quindi ne avrei dovute fare di più, devo approfittare perché poi dopo rimango senza prodotto. Il prezzo ora non è proprio competitivo: se mettiamo a confronto una scatoletta di un prodotto industriale col mio il mio costa quattro volte di più però è un’altra cosa.

E’ normale, però se si vende vuol dire che la nicchia regge?

Ho visto che la strada è quella giusta perché la materia prima è buona e c’è un po’ di passione.

Poi l’altra cosa bella secondo me è che è una materia prima povera, il pesce azzurro, sul mercato non vale nulla però trasformato ha un valore.

Infatti io avevo deciso di non pescarlo più perché porti  a vendere 10-20 chili di pesce e non ti danno nulla perciò o non facevi più quella pesca o lo ributtavi in mare. Mi è venuta in mente questa cosa qui ed è veramente buono fatto in questo modo.

Non vi è venuta ancora un’idea per venderlo in internet visto che la produzione c’è?

Io l’ho già spedito  a Roma e nel nord Italia  però non sono ancora preparato per quanto riguarda le quantità e mi freno anche un pochino, quindi non lo pubblicizzo più di tanto.

Perché la richiesta ci sarebbe? Chi viene qui lo assaggia e quando torna a casa lo vuole comprare?

Sì, quando c’è il passo non ci sono problemi a fare le quantità, io non ho azzardato più di tanto però se ne avessi presi di più li avrei venduti.

Questa è una buona cosa perché è vero che siamo in crisi, però sono questi piccoli segnali di innovazione, di cambiamento: con la pesca che non è una attività nuova, con un prodotto povero, con l’ospitalità che è la cosa più semplice che ci sia, mi sembra che si possono ricreare piccole esperienze positive.

Quando un ospite viene da noi diventiamo amici: si va in casa, si apre il frigorifero ed è come ospitare un amico.

L’importanza dei rapporti fra le persone…

Infatti,  inizialmente non si conosce nessuno poi quando sei a tavola si diventa una famiglia. Si dice a Rio Marina quando una persona ti aggredisce, oppure ti rimprovera: “ma scusa, io e te abbiamo mai mangiato insieme?” Da lì capisci tutto, perché quando uno mangia insieme si crea subito un rapporto.

Questa struttura l’avete rimessa da voi ?

Qui c’era un rudere, tanti anni fa, abbiamo chiesto i permessi, abbiamo fatto un ampliamento e piano piano abbiamo ricavato queste tre camere per gli ospiti e un piccolo appartamentino per noi dove viviamo, una cosa molto modesta e alla mano.

E’ quello che funziona secondo me.

 Intervista di Valter Giuliani

 http://www.ittiturismoelba.com/